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E’ nato a Roma il 22 luglio del 1949. Famiglia di ex artigiani, falegnami, comunisti. Frequenta senza risultati il liceo linguistico ed il liceo artistico, poi il padre lo iscrive alla scuola alberghiera. Lavora come cameriere al cocktail lounge dell’aeroporto di Fiumicino, ma alla fine del 1967 si licenzia. Inizia a rifrequentare gruppi intorno al Liceo Mameli. Si appassiona ai temi del presessantotto: dalla psicanalisi alla linguistica. Legge Steinbeck, Dos Passos, Hemingway, Neruda, Garcia Lorca, Prevert. Ascolta Bob Dylan e Lucio Dalla. Nel ’68 entra nel Movimento. Successivamente aderisce a Potere Operaio, dove diventa subito responsabile degli studenti medi. Dopo arrivano il coordinamento del Servizio d’ordine e le prime molotov. Nel febbraio del 1974 viene arrestato al valico di Chiasso per “tentata introduzione di armi e munizioni”, insieme a Libero Maesano. Tra il 1976 ed il 1977 è uno dei dirigenti delle F.A.C., Formazioni Armate Comuniste, che partecipano alla fondazione della colonna romana delle Brigater Rosse. Il 16 marzo 1978 partecipa alla strage di Via Fani. Nei giorni del sequestro di Aldo Moro, insieme ad Adriana Faranda, svolge la funzione di postino delle lettere del presidente democristiano. In questo periodo la Digos invia un rapporto alla magistratura nel quale segnala l’appartenenza di Morucci e Faranda alla colonna romana delle Br. L’8 maggio, secondo le dichiarazioni rese da Adriana Faranda alla magistratura il 23 ottobre 1994, si svolge in via Chiabrera una riunione della direzione della colonna romana delle Br. Morucci, Bruno Seghetti, Barbara Balzerani, Faranda e Mario Moretti stabiliscono le modalità dell’uccisione di Moro ed il trasporto del cadavere. Il 24 marzo 1979 Morucci e Faranda si installano in Viale Giulio Cesare 47, nell’abitazione di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto. I due vengono arrestati il 29 maggio. In casa viene ritrovata la mitraglietta Skorpion, usata per uccidere Moro.
Il 5 luglio 1979, Lotta Continua, ripresa da L’Espresso, pubblica un documento dei dissenzienti delle Br, contenente dure critiche alla direzione delle stesse. I nomi non sono pubblicati ma gli autori sono identificati nei fuoriusciti dalla colonna romana, tra i quali Morucci e Faranda. Pochi giorni dopo, i brigatisti dell’Asinara replicano alle critiche con un documento. Il 27 ottobre 1980, nel supercarcere di Nuoro, esplode la rivolta dei detenuti che chiedono di essere trasferiti in continente. Nel corso della rivolta due di loro vengono uccisi, mentre rimane ferito Roberto Ognibene. Le trattative, guidate da Alberto Franceschini e Valerio Morucci, si concludono positivamente con l’accettazione delle condizioni poste dai detenuti.
Il primo settembre del 1984 Morucci dichiara al giudice istruttore Ferdinando Imposimato: «Tutti i comunicati emessi dalle Br durante il sequestro Moro ci vennero dati dal responsabile del comitato esecutivo (Mario Moretti, ndr) inserito nella colonna. Il contenuto dei comunicati veniva espresso esclusivamente dal comitato esecutivo, nel cui ambito veniva discusso a Firenze, in un luogo messo a disposizione dal comitato rivoluzionario toscano. I comunicati dati a giornali, in qualunque città venissero diffusi dalle Brigate Rosse, provenivano tutti dalla stessa macchina e dallo stesso ciclostile che erano a Firenze». Nell’ottobre del 1984, in un’intervista a Il Corriere della Sera, Morucci e Faranda affermano che la “lotta armata” è fallita.
Da Genova, il 5 novembre successivo, Moretti replica che “la verità di Morucci e Faranda è una delle tante versioni di comodo per i partiti e in generale per il sistema politico italiano”. Il 18 gennaio del 1985, nel processo d’appello in corso a Roma per il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, Morucci legge un documento di dissociazione dalla lotta armata firmato da 170 detenuti.
Il 14 marzo successivo la Corte di assise riduce a ventidue le condanne all’ergastolo e diminuisce la pena a molti imputati: a Valerio Morucci e Adriana Faranda l’ergastolo precedentemente inflitto è commutato in trenta anni di reclusione. Il carcere a vita è invece confermato per Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Prospero Gallinari e Mario Moretti. Il 20 febbraio 1986 si conclude a Roma il processo a carico di 16 militanti delle FAC: Morucci è condannato a dieci anni di reclusione, Faranda a otto, Luigi Rosati a sei, Renato Arreni, Giancarlo Costa, Giancarlo Davoli, Bruno Seghetti, Germano Maccari a quattro, Antonio Savasta ad uno. Nel 1990 Morucci redige un memoriale. Il 26 aprile successivo, Francesco Cossiga, lo invia al ministro degli Interni.
Il 7 giugno il memoriale giunge nelle mani del giudice competente per l’inchiesta sul caso Moro. Poche settimane dopo Rosario Priore deposita l’ordinanza di rinvio a giudizio relativa all’inchiesta cosiddetta Moro quater. Il 30 settembre dello stesso anno Morucci e Faranda ottengono la semilibertà dopo aver scontato undici anni di carcere; il 10 ottobre iniziano a lavorare a Roma, presso l’Opera don Calabria, nel quartiere Primavalle. Il 17 novembre 1991 Morucci dichiara al settimanale L’Espresso: “Se nella prigione di Moro è entrata una quarta persona, cosa che a me non risulta affatto, non poteva che appartenere alla ristretta cerchia dei capi Br”. Due anni dopo, il 7 ottobre 1993, sia Faranda che Morucci confermano la presenza di un quarto uomo nel rifugio brigatista di via Montalcini. Qualche giorno più tardi, in un’intervista a Giampiero Mughini pubblicata dal settimanale Panorama, Morucci racconta che i brigatisti rossi presenti all’agguato di via Fani non erano sette ma nove, e fra questi c’era anche Rita Algranati. Ultimo elemento di novità riguardante Morucci: secondo documenti inviati in Italia dalla magistratura francese, egli era membro di una vera e propria internazionale del terrore diretta da Hich Ramirez Sanchez, il famigerato terrorista venezuelano meglio noto alle cronache con il nome di battaglia «Carlos». L’organizzazione si chiamava ‘Separat’ ed era una sorta di braccio operativo della strategia terroristica del Kgb e dei servizi segreti a esso collegati, in primo luogo la Stasi della Germania Est e l’Stb della Cecoslovacchia. Morucci, come detto, venne arrestato con la sua compagna Adriana Faranda nel maggio 1979, in un appartamento di viale Giulio Cesare, a Roma. L’appartamento in cui venne sorpreso dalla polizia era di proprietà dell’astrofisica Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto. Questi, stando al dossier Mitrokhin, pubblicato molti anni dopo, all’epoca dell’operazione Moro era uno degli agenti del Kgb più importanti in Europa: capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia.[1]

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29 maggio 1979
A Roma sono arrestati i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda; per favoreggiamento, Giuliana Conforto, proprietaria dell’appartamento nel quale abitavano (che sarà successivamente scagionata da ogni accusa); in un’altra operazione sono operati sei arresti, fra i quali quello di Andrea Leoni.[2]

27 ottobre 1980
A Nuoro, nel supercarcere di Bad’e Carros, scoppia la rivolta dei detenuti che chiedono il trasferimento in altri istituti di pena. Nel corso dei disordini vengono uccisi Biagio laquinto e Antonio Zarillo, due detenuti ritenuti delatori, mentre rimane ferito il brigatista Roberto Ognibene. Le trattative guidate dai brigatisti Alberto Franceschini e Valerio Morucci si concludono con l’accettazione delle condizioni poste dai detenuti.[3]

1 settembre 1984
A Roma il brigatista Valerio Morucci dichiara al giudice istruttore Ferdinando Imposimato:

«Tutti i comunicati emessi dalle Brigate Rosse durante il sequestro Moro ci vennero dati dal responsabile del comitato esecutivo, Mario Moretti, inserito nella colonna. Il contenuto dei comunicati veniva espresso esclusivamente dal comitato esecutivo, nel cui ambito veniva discusso a Firenze, in un luogo messo a disposizione dal comitato rivoluzionario toscano. I comunicati dati a giornali, in qualunque città venissero diffusi dalle Brigate Rosse, provenivano tutti dalla stessa macchina e dallo stesso ciclostile che erano a Firenze… La macchina usata dal comitato esecutivo si trovava verosimilmente a Firenze, nello stesso luogo in cui il comitato si riuniva durante il sequestro».

[4]

19 gennaio 1985
A Roma, nel processo contro le Brigate Rosse. Valerio Morucci legge un documento di dissociazione dalla lotta armata firmato da centosettanta detenuti.[5]

14 marzo 1985
A Roma la Corte d’assise d’appello emette la sentenza a carico dei brigatisti rossi, riducendo a ventidue le condanne all’ergastolo e diminuendo la pena a molti altri imputati. A Valerio Morucci e Adriana Faranda la pena è commutata in trent’anni di reclusione rispetto all’ergastolo precedentemente inflitto. Questa pena è invece confermata a Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Prospero Gallinari e Mario Moretti.[6]

17 ottobre 1993
In un’intervista a Giampiero Mughini pubblicata dal settimanale «Panorama», Valerio Morucci racconta che i brigatisti presenti all’agguato di via Fani contro Aldo Moro e la sua scorta non erano sette bensì nove, e fra questi anche Rita Algranati che «era stata inserita all’ultimo momento per segnalare, dall’imbocco di via Fani, l’arrivo dell’auto di Moro. Rimase distante e si allontanò per i fatti suoi. Durante i cinquantacinque giorni del sequestro non ha avuto alcun ruolo».[7]



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Fonti   [ + ]

1. Rotta Proletaria
2, 3, 4, 5, 6, 7. Il libro nero delle Brigate Rosse. Gli episodi e le azioni della più nota organizzazione armata dagli «anni di piombo» fino ai giorni nostri. Autore Casamassima Pino. Editore Newton Compton (collana Grandi tascabili contemporanei)